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Resisti fino al 2030: il mito dell'eterna giovinezza ha cambiato macchina

Nel 1773 Franklin sognava una botte di Madera per risvegliarsi un secolo dopo. Oggi la stessa speranza ha un algoritmo al posto della botte.

Immagine di copertina per Resisti fino al 2030: il mito dell'eterna giovinezza ha cambiato macchina
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Nella primavera del 1773, a Londra, Benjamin Franklin scrisse all'amico medico Jacques Barbeu-Dubourg una lettera che parla, tra l'altro, di tre mosche. Erano annegate in una bottiglia di Madera imbottigliata in Virginia e spedita in Inghilterra, e caddero nel primo bicchiere versato in casa di un amico. Franklin le fece esporre al sole su un setaccio. In meno di tre ore due di loro si mossero, si asciugarono gli occhi con le zampe anteriori, si spazzolarono le ali e volarono via, «trovandosi nella vecchia Inghilterra senza sapere come vi fossero arrivate». La terza, al tramonto, fu gettata.

Poi viene la frase che conta. Avendo un desiderio estremo di vedere lo stato dell'America di lì a cent'anni, Franklin scrive che preferirebbe, a una morte ordinaria, essere chiuso con qualche amico in una botte di Madera fino a quel tempo, «per essere allora reso alla vita dal calore del sole della mia cara patria». E subito si corregge: viviamo forse in un secolo troppo poco avanzato, «troppo vicino all'infanzia delle scienze», per vedere quell'arte portata a perfezione. Per il momento si accontenterà di ciò che l'amico gli ha promesso: la resurrezione di un pollo o di un tacchino.

È una battuta, ed è anche il più antico dei desideri. Nell'epopea di Gilgamesh il re di Uruk scende sul fondo delle acque a cogliere la pianta che restituisce la giovinezza; mentre si bagna in una pozza, un serpente ne sente il profumo, la porta via e cambia la pelle. Il mito non spiega perché si invecchia. Mette in mano all'eroe un oggetto, e glielo toglie.

La stessa botte, un'altra macchina

Il 19 ottobre 2026 un utente di X che si firma Dr Singularity, e che nel profilo annuncia l'intelligenza artificiale generale entro il 2030, ha scritto una frase che chiunque abbia genitori anziani riconosce: fa male vederli invecchiare e indebolirsi ogni anno, e lui dice loro di resistere ancora qualche anno, fino al 2030 circa, perché un grande ringiovanimento per tutti sta arrivando. Non c'è niente da deridere. C'è l'amore di un figlio e la paura di arrivare tardi. Ma è la lettera di Franklin con un'altra data: si chiede a chi si ama di aspettare dentro la botte, finché il sole di una scienza più matura non lo rimetterà in piedi. Al posto del Madera c'è un algoritmo. Se e quando la medicina saprà davvero invertire l'invecchiamento, oggi nessuno lo sa.

Il punto, per chi legge la storia come una successione di civiltà che si dimenticano, non è se la promessa sia vera. È che cosa fa la promessa a chi la riceve. Una civiltà che affida la propria salvezza a una macchina che non esiste ancora comincia, quasi senza accorgersene, a trascurare quelle che ha già: gli archivi lasciati all'umidità, i supporti che nessuno sa più leggere, le persone che non hanno tempo di aspettare. Il futuro diventa una sala d'attesa, e nelle sale d'attesa non si costruisce niente. Franklin, almeno, lo sapeva: la sua botte era un'immagine, e la frase seguente tornava al pollo e al tacchino, a ciò che si poteva fare subito.

Quello che si può fare prima del 2030

I genitori non vivono nel 2030. Vivono adesso, in una cucina, con una voce che ha un'inflessione precisa e che nessun modello saprà ricostruire se nessuno l'ha mai registrata. Mentre si aspetta la macchina, si può fare una cosa più modesta e più certa: sedersi accanto a loro e registrare un'ora di racconti, digitalizzare le fotografie con i nomi scritti sul retro, filmare le mani mentre impastano o aggiustano qualcosa, e conservare tutto in modo che sopravviva ai telefoni, agli account, perfino a noi. È il lavoro di cui parlo nei Quaderni di custodia digitale, a partire dal primo, La Custodia: decidere che cosa merita di durare e dargli un luogo dove durare. Ed è la domanda da cui nasce Reboot: che cosa resta di una civiltà quando smette di custodire.

La botte di Franklin non è mai stata riempita. La sua lettera invece è arrivata fino a noi: Barbeu-Dubourg la tradusse in francese e la stampò a Parigi quello stesso anno, e oggi la leggiamo in quella versione, perché è quella che qualcuno ha conservato. È l'unica forma di ritorno di cui siamo certi.

Fonti: B. Franklin a J. Barbeu-Dubourg, [fine aprile 1773?], estratto in traduzione francese in Œuvres de M. Franklin, Parigi 1773, in The Papers of Benjamin Franklin, vol. 20, pp. 189–190, Founders Online (le citazioni in italiano sono mie, dal francese); Epopea di Gilgamesh, tavola XI; post di @Dr_Singularity su X, 19 ottobre 2026.

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