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La falena del Mark II: il registro che corresse la memoria

Nel 1947 a Harvard una falena trovata in un relè del Mark II fu incollata nel registro di bordo. Una riga scritta sul momento vale più di un ricordo.

Immagine di copertina per La falena del Mark II: il registro che corresse la memoria
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Il 9 settembre 1947, a Harvard, i tecnici che lavoravano al Mark II, un calcolatore a relè, trovarono una falena incastrata in uno dei relè della macchina. La tolsero, la fissarono con un pezzo di nastro adesivo sulla pagina del registro di bordo e ci scrissero accanto una riga: «first actual case of bug being found», il primo caso reale di un insetto trovato. Quella pagina, con la falena ancora attaccata, è oggi conservata al National Museum of American History della Smithsonian Institution, a Washington.

La battuta funziona perché la parola esisteva già. Gli ingegneri americani chiamavano «bug» i piccoli difetti delle macchine almeno dagli anni Settanta dell'Ottocento: Thomas Edison ne parlava a proposito dei circuiti elettrici. Gli ingegneri IBM che nel 1944 installarono a Harvard il Mark I avevano insegnato l'espressione al personale. La falena non inventò il termine. Lo rese letterale per un pomeriggio, e qualcuno ebbe la presenza di spirito di annotarlo.

Una pagina che corregge la memoria

Nel gruppo del Mark II c'era la matematica Grace Hopper, che più tardi diventò contrammiraglio della Marina statunitense e che usava la parola «bug» con particolare entusiasmo. Il museo precisa che quel registro probabilmente non era suo, ma che lei e il resto del gruppo contribuirono a diffondere «bug» e «debug». Nel 1981 Hopper pubblicò un breve racconto dell'episodio, e lì lo collocava nell'estate del 1945. La pagina del registro dice un'altra cosa: settembre 1947. Il ricordo, a distanza di più di trent'anni, aveva spostato la data. Il registro no.

Anche il registro, però, ha rischiato di perdersi. Secondo la Marina statunitense fu ritrovato nel 1988, con la falena ancora fissata accanto all'annotazione, nel museo informatico del Naval Surface Warfare Center di Dahlgren, in Virginia. Una pagina di lavoro qualunque, scritta per chi sarebbe arrivato al turno dopo, è diventata un reperto.

Il registro come strumento di chi costruisce

Mi interessa meno l'aneddoto della parola che il gesto. Qualcuno ferma la macchina, trova la causa, e prima di ripartire scrive che cosa è successo, sul momento, dove gli altri lo leggeranno. Non è un rapporto ufficiale e non è un ricordo: è una traccia presa mentre il fatto accade, con l'oggetto stesso incollato come prova.

Nel 1949 Maurice Wilkes, a Cambridge, stava cercando di far funzionare il suo primo programma non banale sull'EDSAC. Raccontò poi di aver capito, salendo le scale tra la sala della macchina e le perforatrici, che una buona parte del resto della sua vita sarebbe stata spesa a trovare errori nei propri programmi. Chi costruisce lo scopre presto. L'errore torna, cambia forma, e la memoria di come lo si era risolto è la prima cosa che si perde.

Per questo, nel sistema operativo del builder, il registro sta accanto alla papera di gomma e alla checklist: un controllo piccolo, quasi ridicolo, che vale soltanto se fatto subito. Una riga datata scritta oggi corregge il racconto che faremo fra trent'anni. La falena di Harvard è lì per ricordarlo, con le ali aperte sotto il nastro.

Fonti: Log Book With Computer Bug, National Museum of American History, Smithsonian Institution; Peggy Aldrich Kidwell, Stalking the Elusive Computer Bug, IEEE Annals of the History of Computing, vol. 20, n. 4, 1998; First Computer Bug, CHIPS, U.S. Navy (consultate il 26 ottobre 2026).

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