Alla fine degli anni Novanta, negli uffici della Pixar, alcuni tecnici stavano guardando la cartella che conteneva i file di Woody, il cowboy di Toy Story 2. A ogni aggiornamento i file erano meno. Poi la cartella smise di esistere. Risalirono di un livello e videro Hamm, Mr. Potato e Rex; un attimo dopo restava solo Hamm, poi più niente. Qualcuno, da qualche parte, aveva lanciato sul disco del film un comando Unix che cancella tutto ciò che trova sotto di sé, il più in fretta possibile: rm -r -f *.
Oren Jacob, uno dei direttori tecnici associati, telefonò alla sala macchine e chiese di staccare la spina del server principale, una cosa che in un ambiente con centinaia di postazioni collegate non si fa. Quando la macchina tornò su e si misurò la cartella del film, era un decimo di quello che doveva essere. Circa il novanta per cento del lavoro era sparito.
La copia che non era una copia
La prima reazione fu quella che avremmo avuto tutti: c'è il backup. Ed Catmull, allora alla guida dello studio, lo racconta così nel suo libro Creativity, Inc.: avremmo perso mezza giornata di lavoro. Il racconto di Jacob, scritto anni dopo in prima persona, è più preciso e più istruttivo. Il film fu ripristinato dai backup entro quarantotto ore, si fecero alcuni test, si renderizzarono dei fotogrammi, le immagini sembravano buone e la troupe fu richiamata al lavoro. Ci vollero diversi giorni di lavoro di tutti per capire che il ripristino era incompleto e corrotto. Il software di backup non segnalava correttamente gli errori, nascosti forse da un disco pieno; quello di verifica, scritto in fretta, non controllava alcuni casi importanti. Intanto la macchina aveva continuato a rispondere che andava tutto bene.
A quel punto l'ultima copia completa di cui ci si poteva forse fidare risaliva a circa due mesi prima. Durante la riunione in cui lo si capì, Galyn Susman, direttrice tecnica supervisore del film, disse che forse ne aveva una a casa. Dopo la nascita del secondo figlio lavorava spesso da lì, e si era fatta copiare automaticamente l'intero archivio del film sul computer di casa, una volta alla settimana. Lei e Jacob andarono a prenderlo a San Anselmo. Lo avvolsero nelle coperte, lo misero sul sedile posteriore e tornarono guidando sulla corsia lenta. Il computer, ricorda Jacob, entrò in Pixar come un faraone egizio.
Il ripristino come abitudine
Anche quella copia non bastava da sola. I file erano ben più di centomila. Quelli identici tra la copia di Susman e quella più vecchia furono presi subito; quelli dubbi, circa trentamila, furono controllati a mano, uno per uno, confrontando tre archivi parziali. Il film uscì lo stesso.
Mi interessa l'oggetto più che il salvataggio: una scatola grigia avvolta in una coperta, trasportata come un malato. Per anni era stata solo un'abitudine domestica, senza nessuna importanza. Diventò preziosa proprio perché non dipendeva dal sistema che aveva fallito. Nel saggio Il sistema operativo del builder descrivo il lavoro di chi costruisce come un insieme di routine e controlli; la lezione di quella settimana è che un controllo vale solo se prova la cosa che conta. Un backup che non è mai stato ripristinato non è una copia, è una speranza. Come la checklist nata dal volo del 1935, anche il ripristino di prova è un gesto noioso fatto prima, perché dopo non ci sia bisogno di coraggio.