Nel 1977 due sonde partirono verso i confini del sistema solare portando ciascuna un oggetto che non serviva alla missione. Un disco fonografico di rame placcato d'oro, trenta centimetri di diametro, chiuso in una custodia di alluminio insieme a una testina e a una puntina. È il disco d'oro dei Voyager. È il contrario di un segnale radio: non viaggia alla velocità della luce, non si disperde, non chiede di essere ascoltato adesso. Aspetta.
Un comitato presieduto da Carl Sagan scelse che cosa inciderci: 115 immagini codificate in forma analogica, suoni della Terra come la risacca, il vento, il tuono, gli uccelli e le balene, novanta minuti di musica di culture ed epoche diverse, saluti in cinquantacinque lingue. Il primo saluto è in accadico, che la NASA descrive come lingua parlata a Sumer circa seimila anni fa. L'ultimo è in wu, un dialetto cinese moderno. Il disco comincia già come un archivio di ere.
Il manuale inciso sulla copertina
La parte più eloquente non è il contenuto, ma la copertina. Chi lo trovasse non avrebbe nessuno accanto a spiegargli che cosa tiene in mano. Per questo sull'alluminio sono incise, in un linguaggio simbolico, le istruzioni: da dove viene la sonda, come si suona il disco, a quale velocità deve girare, sedici giri e due terzi al minuto. Il manuale è stato fissato all'oggetto, perché non ci sarebbe stato nessun altro modo di trasmetterlo.
Sulla copertina è stato depositato anche un campione purissimo di uranio 238, che ha un tempo di dimezzamento di circa 4,47 miliardi di anni. Serve a permettere a chi lo trova di stabilire da quanto tempo il disco è in viaggio. È un orologio per un lettore di cui non si conosce l'epoca. Sulla superficie del disco fu incisa a mano anche una dedica: «Ai creatori di musica, tutti i mondi, tutti i tempi».
Un canto fuori dalla propria era
Secondo la NASA passeranno circa quarantamila anni prima che le sonde si avvicinino a un altro sistema planetario. Sagan lo disse senza illusioni: il disco sarà trovato e suonato solo se nello spazio interstellare esistono civiltà avanzate capaci di viaggiare. E aggiunse che lanciare questa bottiglia nell'oceano cosmico dice qualcosa di molto speranzoso sulla vita su questo pianeta.
È il problema del Canto delle Ere, visto dall'altro lato. Lì ci chiediamo se stiamo ascoltando nel secolo sbagliato. Qui siamo noi a cantare per un secolo che non vedremo. Una mano che un giorno aprisse quella custodia non incontrerebbe chi l'ha chiusa. Incontrerebbe un oggetto, un'istruzione e un orologio di uranio. La conversazione, se mai avverrà, sarà tra due ere che non si toccano.
Il disco d'oro è un oggetto onesto proprio per questo. Non pretende una risposta. Accetta l'asincronia e prova a sopravviverle: rame, oro, alluminio, una puntina nella stessa scatola, il modo di leggere legato alla cosa da leggere. Il Canto delle Ere parte da qui, dall'asincronia come prima ferita di ogni contatto. Il disco è la risposta più umana che conosco a quella ferita: non colmare la distanza, ma lasciare dentro l'oggetto tutto ciò che serve per attraversarla.
Fonti: NASA Science, Golden Record Contents, Making of the Golden Record e The Golden Record (science.nasa.gov/mission/voyager); C. Sagan, F. Drake, A. Druyan, T. Ferris, J. Lomberg, L. Salzman, Murmurs of Earth, 1978.